Racconti rubati per il web. La luce che c’è dietro le persone. Page 6

Agnese è nata in una città con un grande fiume che la attraversa proprio nel mezzo. Quando era piccola sua madre le aveva insegnato che bastava seguire il fiume per ritrovare la strada di casa, un insegnamento inusuale quando si vive in una grande metropoli, inusuale ma molto efficace perché la sola vista del fiume riusciva a ridare ad Agnese la tranquillità necessaria per orientarsi quando si perdeva, sapeva che in qualunque posto si trovasse, il corso del fiume l’avrebbe riportata a casa. Ai tempi della scuola, il fiume si vedeva dalla finestra di quasi tutte le classi e anche la casa della sua infanzia, benché fosse in un’altra zona della città, era un attico da cui si vedeva un ponte di cemento bianco che attraversa il fiume. Nel suo linguaggio famigliare esisteva l’espressione al di là del ponte e da questa parte del ponte, per indicare lontano o vicino.

Adesso abitava in una casa vecchia di un quartiere immerso in un grande parco regionale, nel lato nord della città. Dopo molti giorni di pioggia, il quartiere si invadeva di un intenso profumo di verde e al primo sole, piante e rovi crescevano a dismisura, soffocando i marciapiedi  come se le strade prese da un incantesimo, dovessero trasformare tutto in una grande  foresta. Era il suo primo giorno di lavoro e Agnese scendendo lungo il viale, ebbe la sensazione che, per la prima volta da quando era nata,  nel mondo ci fosse una coerenza inapparente e niente avrebbe potuto mutarla. Presa dalle sua riflessioni che riguardavano principalmente il senso o il non senso della vita, si trovò senza nemmeno accorgersene davanti al Momi’s Pub.

Vicino al Momy’s c’era una rinomata gelateria e entrambi i negozi si trovavano al fianco di una bassa collina, a capo fila di una serie di altre attività commerciali meno interessanti  che Agnese poteva vedere dalla finestra di casa sua, posta in cima alla collina.  Era alla porta quando questa si spalancò. Riconobbe il cuoco, sia perché lo aveva già intravisto, sia perché era vestito di bianco. Davide, così si chiamava il tizio vestito di bianco che la fece entrare senza troppi preamboli. Se esisteva al mondo un altra persona con uno sguardo e un espressione simili a quelli, probabilmente era proprio lei stessa quando aveva lo sguardo e l’espressione di si sforza di chi non pensare troppo ai propri guai.

Il Momy’s era un posto decisamente accogliente, così come le persone che ci lavoravano: Jasmine la cameriera, Davide il cuoco, il signor Di Boves, il  lava piatti Daya e ora anche Agnese.  Si sentiva molto sicura e subito parte della squadra, iniziò a sistemare il necessario sui tavoli seguendo le indicazioni che le venivano date. I tavoli che preferiva anche quando era venuta come cliente, erano quelli  lungo la vetrina sulla strada, quelli che invece delle sedie hanno le panche  di velluto verde.  I tavoli con le panche di velluto verde lungo la vetrina sono più grandi e vengono  apparecchiati in modo diverso perché c’è più spazio: sopra ci sono anche i dispenser con le salse e le oliere.

Jasmine prese la sua posizione abituale, ovvero quella di puntellare i gomiti sul bancone di fronte la porta d’ingresso,  da un punto dove si può sorvegliare l’entrata e l’intero locale.  Contemporaneamente poteva chiacchierare con il personale in cucina.  Il signor Di Boves dagli occhiali  sulla punta del naso, mani che lisciano i baffi e veduta sulla cassa, amava ascoltare il chiacchiericcio senza intervenire.  Agnese era troppo timida per avvicinarsi ma era attratta da loro come da un filo invisibile.  Non era la sola a subire questa attrazione perché, malgrado la strada risultasse quasi deserta, i clienti da lì a poco cominciarono ad arrivare . Arrivarono coppie intente a fissarsi negli occhi e coppie separate da un vuoto silenzio . Gli uomini  che arrivavano soli mangiavano zuppe e bistecche per sentirsi come a casa mentre  i ragazzi chiassosi bevevano aperitivi prima di cena, vino durante e superalcolici dopo. Agnese e Jasmine si davano il turno  per portare boccali di birra pieni e riprendere piatti vuoti.

Il campanello della cucina suonava a ritmo costante e Agnese avvertiva il suono come uno sguardo di Davide su di lei. La  musica di sottofondo non copriva abbastanza le voci, che rivelavano dettagli e indizi di vite sconosciute, di lavori onesti e disonesti. Anche senza ascoltare  si  poteva capire quello che dicevano: teste reclinate a sinistra o corpi protesi in avanti, schiene gobbe  o dritte con colli sinuosi da cigno. Tacchi  troppo alti, gonne corte, uomini e donne troppo vecchi per tentare di fingere sogni a cui ancora aggrapparsi.

Le ordinazioni impilate sul bancone diventano conti impilati vicino alla cassa e fuori  cominciavano a formarsi  gruppetti immersi nelle nubi puzzolenti del fumo delle sigarette. Jasmine sorrideva come sempre, alta come un uomo non avrebbe mai potuto indossare un paio di tacchi.  Agnese catalogò quel giorno come uno dei giorni belli della sua vita, tutto era andato liscio, i drammi di cui quella serata era stata spettatrice erano eventualmente di qualcun’altro, le ragazze che sembrano far parte del progetto “come essere sempre bellissime a qualunque ora del giorno e della notte”, se ne andavano salutando a gridolini , nessun dettaglio la turbava.

 

Racconti rubati per il web. Portami con te. Page 5

La mattina si svegliò con un entusiasmo insolito, non era già stanca come al solito e finalmente poteva lasciarsi qualcosa alle spalle per ricominciare in modo diverso e sopportabile. Si avvicinò alla finestra per guardare fuori come se cercasse anche intorno a se la conferma di qualche cambiamento in atto. La strada era sempre la stessa, più luminosa però, dopo tanti giorni oggi finalmente non pioveva e c’era una gran luce bianca che cercava di infilarsi nella camera attraverso le tende. Cercando di sopportare il freddo ancora per qualche istante, Agnese aprì le tende e un fascio luce colpì gli occhi ancora assonnati. Era tutto uguale a ieri, solo più scintillante: l’automobile parcheggiata sul viale era sempre la stessa auto nera, ma i cerchioni erano stati lavati dalla pioggia e brillavano d’argento, all interno si intravedeva la tappezzeria.

Agnese indossò qualcosa di più caldo. Per quanto ricordava Agnese aveva sempre dato una mano in casa , a soli sei anni era già stata in grado di riordinare la cucina e da allora l’aveva sempre fatto. Le mani sapevano muoversi autonomamente mentre lei pensava a tutt’altro, sogni probabilmente. Le mani delle donne possiedono tutte questa speciale destrezza nello svolgere mansioni senza doverci pensare. Poi quando tutto era perfettamente ordinato e pulito Agnese si sedeva al tavolo rotondo per bere il suo caffè, aveva fatto il suo dovere e poteva informarsi sulle notizie del giorno, anche quello era un dovere ma più piacevole. La sua figura gracile si ipnotizzava davanti allo schermo, qualunque schermo, come se la sua anima ne venisse risucchiata, davano le notizie del giorno.

A vederla cosi si sarebbe detto che ascoltasse con grande attenzione e forse era quello che cercava di fare, ma solo dopo 5 minuti avrebbe certamente dimenticato tutto. Aveva consapevolezza di questa sua caratteristica, quella di non riuscire ad immagazzinare informazioni. A cosa era dovuta non l’aveva mai capito: forse cattiva memoria o peggio, scarsa intelligenza. Questi ragionamenti si concretavano in un senso di scoramento che conosceva molto bene, perciò visto che oggi doveva essere un giorno speciale, spense la TV e non accese il PC.

Stava ancora frugando nella sua memoria quanto il telefono suonò, si voltò per vedere l’immagine sullo schermo di chi chiamava già così presto e vide la faccia gioconda di Noemi . Non era certo una gran bellezza ma la cascata di capelli rossi la rendevano attraente. La scritta “amica del cuore” scorreva veloce sul display, decise di fingere di non aver sentito il telefono, tornò in camera sua con l’idea di scegliere i vestiti per quella sera. Abbigliamento aggressivo, bianco e nero, magari tutto nero. Scarpe comode per sentirsi disinvolta perché la disinvoltura è alla base di tutto. Avrebbe fatto la cameriera al Momy’s Pub, avrebbe lucidato forchette e servito birre, avrebbe sorriso ai clienti e cenato a tarda notte con i colleghi. Era la decima volta che si guardava allo specchio e le sfiorò il sospetto che fosse vestita proprio come sempre, come tutti gli altri giorni. Pensò a suo fratello scomparso e al fatto che non ricordasse più cosa gli aveva scritto nell’ultima lettera e decise di scrivergli ancora.

“Mi chiedo se c’è un motivo in particolare perché non mi vuoi nella tua vita”, forse ho scritto questo nell’ultima lettera a cui tu, ovviamente non hai risposto. E vorrei anche dirti che oggi è un giorno importante, ho lasciato la scuola per lavorare,  tanto non sono brava, non come te. Mi sono impegnata un sacco ma rimango sempre una mediocre. E’una faccenda che non accetto e spero di trovare al più presto qualcosa che veramente mi riesca bene, a regola d’arte. So che la fuori, nel mondo c’è anche la mia strada e io devo trovarla, altrimenti sarei costretta a concludere che sono una persona senza nessun talento. Ci sono un sacco di libri che sostengono che tutti ne abbiamo uno, basta capire qual’è. In fondo al cuor mio so, che se ne avessi avuto uno, questo sarebbe vissuto e cresciuto dentro di me come un lattante che strilla quando vuole mangiare. Invece io mi ritrovo a cercare un qualunque interesse che risvegli un embrione mai attecchito da nessuna parte a cui sarebbe piaciuto  moltissimo non si sa cosa, probabilmente se ne era già dimenticato. Più facile svegliare qualcuno dal coma irreversibile, almeno sai chi è e come ha vissuto.

Racconti rubati per il web. In fondo mi chiedo se il vero movimento del mondo non sia proprio il canto.(Muriel Barbery) page 4.

Una sera a cena Agnese aveva bruscamente annunciato di voler lasciare la scuola. “Vorrei trovarmi un lavoro” proseguì.  Sua madre si alzò e iniziò a impilare cose per fare spazio sul tavolo. “Che genere di lavoro?” Disse sua madre guardandola in faccia per un istante.  Dina cercò di nascondere il solito tuffo al cuore, il solito senso di paura, ansia, angoscia e insicurezza che si impossessavano di lei ogni volta che i figli deragliavano dalla via abituale. Non erano utili tutti i segnali di allarme  dati in precedenza, in quanto lei con grande arte li schivava e sperava, senza crederci neanche un po’, che quegli attacchi di rinnovamento e voglia di cambiare, di cui i suoi figli soffrivano diciamo regolarmente, venissero poi tralasciati per pigrizia.  “Mi piacerebbe cantare” rispose Agnese, “moltissimo!”

Poi sorrise per placare l’inquietudine che già nella stanza aveva preso la forma di una nube elettrica. Lei, a differenza di suo fratello Emanuel, aveva ereditato la paura di vivere e di sperimentare,  certamente non era una che come lui, ma neanche molto di meno, poteva prendere il coraggio di capire che niente è immutabile. La vita fa promesse beffarde e si giustificano, a tutto si da un perché e a volte, là dove questo è possibile, ci si   la colpa, per poter continuare custodire quelle promesse e conservare l’idea che qualcosa possa veramente accadere. “Potrei lavorare come cameriera, servire ai tavoli non è difficile, magari mi rimarrebbe il tempo per prendere lezioni di canto”.

Aveva già parlato con l’uomo baffuto del locale vicino casa sua, con molta sicurezza, come fanno le persone che non temono di mostrare gli anni. Si era guardata intorno nell’ambiente buio come deve essere un pub ma con la cassa illuminata e a fianco alla cassa il bancone che da sulla cucina. Un profumo di carne delizioso e un cuoco in t-shirt bianca che poggia i piatti pronti sul bancone di legno lucido, un campanello, poltrone di velluto verdi, una collega con la divisa e zoccoli da infermiera. L’uomo con i baffi insieme ai suoi sessant’anni dice: “arrivi alle 19 e te ne vai alle 2, alle 19 apparecchiate, tagliate il pane e rifornite il bar. All’una chiudiamo e ripulite tutto”.

La donna con gli zoccoli è Jasmine, aveva preso a guardarli incuriosita mentre  confabulavano in lontananza, il cuoco aveva suonato con forza il campanello sotto il suo orecchio  facendola trasalire e Agnese lo aveva finalmente notato.  L’aria vagamente scostante di quelli con la puzza sotto il naso, i capelli nerissimi. Si chiese se i due avessero una relazione, questo per il modo  brusco con lui l’aveva trattata che le ricordava i suoi genitori quando ancora stavano insieme.  Il ronzio del frigorifero dissolse la nube elettrica nella stanza e Dina disse l’unica cosa possibile: “va bene!” Da tempo aveva imparato che contraddire i figli quando oramai non sono più bambini, era solo inutile tempo perso.

Dina aveva la bizzarra convinzione che i rapporti si disgregassero se sottoposti a controllo eccessivo, come se potessero essere compromessi dall’usura, quindi in un certo senso lasciava a tutti una grande libertà di pensiero e azione. Questo le aveva fatto guadagnare la fama di persona con grandi vedute, invece oggettivamente , era proprio il contrario. Suo marito lavorava nel mondo della musica e di tanto in tanto gli erano capitate avventure con altre donne. Ora avrebbe dovuto fingere di  essere molto felice che Agnese desiderasse prendere lezioni di canto.  Non era difficile, dare ad intere una cosa per un altra, era da tempo un abitudine.

Racconti rubati per il web. Infinite jest. page 3.

All’inizio dell’inverno Agnese aveva preso una brutta influenza, sdraiata sul letto a faccia in giù cercava di non sentire sua madre che discuteva al telefono. Normalmente le sue conversazioni telefoniche si protraevano a lungo, accompagnate dal rumore delle pantofole che andavano compulsivamente avanti e indietro nel corridoio, era il suo modo di parlare al telefono.  Ficcò la testa sotto il cuscino, pioveva da tutta la notte e continuò a piovere per tutta la settimana. La notte prima non aveva dormito bene  e si era  svegliata  con una patina di nebbia febbricitante nel cervello e la gola che faceva male.

Mentre teneva il telefono con una mano e una tazza di caffè con l’altra, la madre sbraitò: “la mia vita è un inferno” e con un piede spalancò  la porta, liberando un ondata di luce che entrò nella stanza. Chiuse la telefonata e fissò il volto splendido di Agnese. Si chiama Donatella ma tutti la chiamano Dina, da più di dieci anni dice continuamente che vuole sparire senza lasciare traccia, senza che si capisca bene cosa intenda.  Agnese si alzò seduta tenendosi con una mano al lato della parete.

“Perché sei sempre così nervosa? Se provi a rilassarti vedrai anche le cose diversamente, più leggere.”  “Tu che ne sai?”  chiese Dina,  la voce risuonò di risentimento e Agnese capì di aver sbagliato le parole. Lei continuò: “a esser leggera ci guadagnerei  solo che il vento mi spezzerebbe via, questo è l’unico modo che ho per sopravvivere” Faceva un freddo glaciale. Pensò che avesse torto ma lo tenne per se, le esperienze fondamentali sono le stesse per tutti anche se succedono in mille modi diversi.  L’errore sboccia nel più inaspettato dei luoghi.

Dina è assolutamente bella e unica, una rarità. Da ragazza aveva lavorato per un po’ come modella ma poi aveva scelto poi di lasciare tutto per dedicarsi alla famiglia, questo dopo la nascita del suo primo figlio Emanuel. In seguito la vita cominciò a scivolarle via, monotona ma felice, inghiottita e sfocata dalla memoria. Il 14 maggio di 15 anni prima ,  un avvenimento aveva deviato il corso della sua vita, suo figlio aveva deciso di sparire nel nulla, senza che se ne capisse mai il perché.

Dalla scuola avevano chiamato i genitori, suo figlio non si faceva vivo da parecchi giorni. La polizia sembrò che stesse per scoprire qualcosa praticamente ogni giorno, ma non fu così . Tre anni dopo il marito se ne andò anche lui, la lasciò con denaro sufficiente per andare avanti a malapena un mese, ma facendole in fondo un gran favore.  Agnese si sistemò nella camera di Emanuel e da allora sua madre iniziò a servirle il caffè a letto ogni mattina , come stava facendo ora.

Nessuna delle due sa mai da dove iniziare a parlarne, che parole ci vorrebbero per esprimere una tale tristezza, le parole stupide sono solo polvere dispersa al vento. Allora non lo fanno e rimangono in silenzio oppure parlano d’altro. Non avendo altro modo per sfogare la sua tensione, Dina rimase un secondo a fissare il telefono che aveva in mano, poi si ricordò di avere un pentola sul fuoco, tornò in cucina appena in tempo per evitare un disastro. L’orologio sulla parete segnava le 11 e 30.

Racconti rubati per il web. Basta che funzioni, page 2.

Agnese guarda Noemi e viceversa. “Ho tre possibilità, facciamo che una è la rossa, una è la gialla e una è la verde.” Noemi  è seduta sul divano contro il muro, sorride,  come se ci fosse qualcosa da festeggiare e infatti scoppia in un concerto di entusiasmo e frasi fatte. “Che-cosa-ti avevo-detto?”  Agnese cerca di non guardarla, piuttosto preferisce fissare un punto sul muro.  “La rossa: sparire nel nulla, non subito. Il momento giusto è all’improvviso, deve sentirsi come uno che torna a casa di notte e la sua casa è stata venduta.”

Noemi si lascia andare contro lo schienale, tra loro il gusto eterno dell’amicizia che odora di latte appena scaldato. “Come quelli che partono senza dire nulla?” Agnese si sente  battere il cuore,  dopo tanto tempo è cosciente di averne uno. Le sue labbra innocenti non reclamano nulla, ma il cuore vorrebbe assistere al trionfo della giustizia.  I giorni passati a infilarsi forcine negli occhi, per non vedere. I giorni passati a  sbattere la testa contro muri altissimi per non sentire.

Noemi lancia un fischio di richiamo, aveva ingoiato  già toppe parole, ora rimbalzava in piedi e gesticolava, costringendola a seguire il suono della sua voce.  “Una scuola di danza? Tango espanol?”.  “Gioia mia adorata” esclamò Noemi prendendole il viso tra le mani. ” Non stare li a rimpiangere chissà quale errore commesso, errori non ne hai fatti, è solo che l’amore può finire…. è andata come andata, fattene una ragione e tanti saluti: have a great day.”

“La gialla è chiodo schiaccia chiodo, senza voltarsi indietro. I versi miei li ho sempre lasciati scrivere agli altri.”  Agnese scosse un bicchiere d’acqua posato sul tavolo, l’acqua rinnegò la sua trasparenza, anche lei.  Incrociò gli occhi dell’amica, come fili che legano le stelle. Mani che guidano carrozze di biscotti.  Quel che cercava di dire, quel che incominciò a dire pensando di esprimersi in tono assolutamente normale è che stava imparando a lasciar andare un uomo ma non sapeva da dove cominciare.

Noemi vedeva tutte queste cose con occhi diversi, a modo suo e non era un segreto. Ogni vicenda non esisteva che  per la sua utilità immediata e la sua filosofia era che mai un dito di vino dovesse essere dimenticato nel bicchiere.   “La gialla non è male, e la verde?” “Sono troppo stanca e afflitta per pensarci ora”.  Agnese si sdraio sul divano  appoggiò la testa sulle sue ginocchia.

Simultaneamente venne loro un idea, proprio in quei giorni era stata inaugurata una mostra di serpenti sotto la galleria della metropolitana. “Tanto per rimanere in tema”.

C’è un momento della giornata in cui tutto si ferma, quando la luce tramonta,  la stanza diventa buia e l’unica cosa illuminata rimane una pagina di Google che aspetta il termine di ricerca. “Serpente” . “Leggi!” incalza Agnese.  “essere viscido come un serpente: essere una persona sgradevole e di cui non ci si può fidare…” “C’è ne uno verde come la menta”. Agnese socchiude gli occhi e vuole guardare.  ” Il serpente è immobile, l’immobilità lo rende invisibile, questa è la verde.”

 

 

 

Racconti rubati per il web. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore.

Si è vero, sono io che me ne sono andata ma se ci pensi scelta non me ne  avevi data proprio. Liti, discussioni, discussioni e liti e alla fine non  avevo  alternative. Si è vero sono io che ti ho lasciato, quel giorno, quella mattina presto, ma l’ho fatto perché speravo che tu capissi. Solo che da quel momento non ti ho più visto, anzi non è vero, ti ho visto ancora, ma non eri più una cosa mia.

Agnese ha un auricolare senza audio infilato nell’orecchio, una sigaretta accesa e cerca  un posto per sedersi, fermata metropolitana, terzo binario. E’ una bella donna, circa trent’anni, capelli lunghi neri, occhi verdi.

Lui aveva detto che occhi verdi così, sono rari, nello splendore abbagliante del loro amore.  Come quelli di un gatto, freddi e profondi.  Aveva messo le dita tra i capelli in quella notte senza sonno. Facciamo che mi sveglio a casa tua domani, facciamo che non ho nessun bisogno di andarmene.

Agnese guarda ancora l’orologio sul terzo binario, è passato troppo tempo, ma lui è sempre in ritardo per principio, un’altra delle cose che odiava di lui: ritardo e telefono  non raggiungibile.  Si era accaparrato questo diritto e lo ostentava. Lei  dal canto suo invece, si era appropriata del diritto di conoscerlo meglio di chiunque altro.

Ma perde le chiavi della calma, il cuore ogni momento che passa si raffredda, forse non viene, forse non verrà  mai  Fischio di metropolitana ed ecco che forse arriva,  frenata di metropolitana e boum, tutta la gente che sa di fretta e di povertà si rigurgita sulla banchina del  binario tre.  Agnese è là,  congelata e  immobile che guarda  i passanti. Gli occhi striati di metallo e d’agata scorgerebbero un atomo di lui tra folla.

Pochi secondi e tutto si dirada, ti pentirai di non essere venuto a parlare con me.  Se in questa storia solo io soffro giuro che.. e si morde le labbra, la rabbia brucia e infuria il volto. Non ce n’è per nessuno, l’ira del gatto è bella, bruciante di pura fiamma felina, pelo irto e scintille blu, occhi verdi fiammanti.

Aveva una lettera per lui, per fargli tornare in mente tutti quei giorni passati insieme, la tiene in tasca e con le dita affusolate la stringe, la conserva e con lei scende di corsa le scale. In un attimo è fuori, l’inverno è alle porte, un messaggio a mamma per sentirsi un po’ a casa. Mangio un gelato con Noemi.   Ma non eri a dieta?!!  La dieta la inizio lunedì.